Geografia del territorio

La Val Grande di Lanzo e il Vallone di Sea

La Val Grande, la più settentrionale delle tre di Lanzo, sale larga e pianeggiante dopo il comune di Ceres, modellata dalle glaciazioni del quaternario nelle rocce ofiolitiche e gneissiche. Otto valloni, anch’essi di origine glaciale, si aprono quali tributari sui fianchi destro e sinistro idrografico dando vita a una varietà d’ambienti di rara e suggestiva bellezza.

La testata della Val Grande

La testata della Val Grande (ph. M.Blatto)

La catena montuosa che cinge la testata valliva della Val Grande di Lanzo, mostra una spiccata morfologia pleistocenica, cui si è sovrimposta la morfologia fluviale con fenomeni d’erosione e alluvioni. La morfologia dei versanti, appare in ogni caso strettamente correlata alla natura dei litotipi presenti. L’antico apparato del Quaternario ha delineato sostanzialmente tre bacini tributari alla valle principale: il vallone di Sea, il vallone di Gura e il vallone di Rio Colombin.

La Levanna orientale

La Levanna orientale – (ph.M.Blatto)

Il vallone del Rio delle Lose o vallone del Rio Colombin è il più settentrionale dei tre valloni principali di Forno e s’affaccia con il suo sbocco sulla piana alluvionale del Gabi. Caratterizzato da gneiss occhiadini di tipo granitoide, molto simili a quelli della confinante Valle dell’Orco, è l’incisione valliva che maggiormente mostra il caratteristico profilo a “U” tipico dell’esarazione pleistocenica. Il vallone delinea numerosi gradini di valle, i cui più eloquenti sono ubicati nella parte alta, al di sotto dell’antica linea ablativa del Ghiacciaio della Levanna orientale e, soprattutto, nella parte mediana, sul ripiano che ospita gli alpeggi del Pian di Sotto. Qui, l’antica soglia si presenta come un marcato gradino roccioso, da cui precipitano le notevoli cascate del Colombin originatesi dai torrenti di fusione del Ghiacciaio della Levanna.

Il vallone del Rio delle Lose (Colombin) - (ph. M.Blatto)

Il vallone del Rio delle Lose (ph. M.Blatto)

Si osservano rocce montonate ovunque, la cui più esemplare è quella che si trova nella parte bassa del vallone a circa 1500 m di quota, oggi nota falesia d’arrampicata proprio grazie al suo versante meridionale caratterizzato da lisce placche. Poco al di sotto di questa parete, si trova un caratteristico masso erratico che assume la foggia del cosiddetto “dolmen”. Detto masso di notevole cubatura è recentemente stato fatto oggetto di studi archeologici, che però non hanno fornito risultati concreti circa il suo presunto e antichissimo utilizzo funerario.

Il vallone di Gura con la piana alluvionale dei Gabi - (ph. Marco Blatto)

Il basso vallone di Gura con la piana alluvionale dei Gabi – (ph. Marco Blatto)

Il vallone della Gura, inciso dal torrente omonimo, si delinea al cospetto del sottogruppo Gura – Martellot stretto tra i bacini di Sea e di Colombin. La morfologia del Pleistocene presenta anche qui eloquenti forme d’erosione e di deposito, con rocce montonate, gradini di valle e soglie. Il progressivo ritiro dell’apparato glaciale del Quaternario ha delineato un residuo glaciale che, progressivamente, si è distinto in tre circhi principali con la demolizione  delle creste rocciose circostanti. Si hanno dunque oggi: un bacino “sud del Mulinet”, con un piccolo ghiacciaio che origina nella sua ablazione una piccola seraccata, un bacino “nord del Mulinet”, parzialmente ricoperto di detrito sul lato destro idrografico, un piccolo segmento glaciale a ridosso del versante orientale della Punta Martellot.

Il gruppo Gura-Martellot

Il gruppo Gura-Martellot – (ph. Marco Blatto)

I tre piccoli apparati, in forte regresso a partire dagli anni ’70, sono alimentati nella loro zona d’accumulo soprattutto dall’attività valanghiva che interessa il versante orientale di sottovento della catena. In particolar modo, il piccolo glacio – nevato del Martellot deve la sua forzata sopravvivenza proprio a tale fenomeno. Glacio-nevati ormai semi-permanenti interessano il Colletto Ricchiardi, il Colle di Santo Stefano, il Couloir della Gura, la Sella del Mulinet, il Colle Martellot,  il Col Girard.

Il Ghiacciaio sud del Mulinet - (ph. M.Blatto)

Il Ghiacciaio sud del Mulinet – (ph. M.Blatto)

Forme di deposito glaciale più recenti sono visibili ai piedi del Colle  Martellot, alla base dei bacini del Mulinet, mentre, morene di sponda risalenti alla “Piccola età Glaciale” ormai vegetate, si trovano per esempio sulla sinistra idrografica del segmento alto Rio Bramafam, e nei pressi del Col di Fea. Il ritiro del bacino nord del ghiacciaio del Mulinet, ha scoperto una notevole soglia rocciosa ben riconoscibile, incisa da una cascata di fusione.

L'alto vallone di Gura (ph. M.Blatto)

L’alto vallone di Gura
(ph. M.Blatto)

Tra le altre forme di deposito d’origine glaciale s’annovera il piccolo laghetto della Gura, adagiato nel ripiano omonimo conosciuto localmente anche come “Rua Piana”. La morfologia fluviale ha profondamente inciso il fondo del vallone della Gura fino al suo naturale sbocco in località Gabi, a ovest dell’abitato di Forno Alpi Graie. Il notevole cono di deiezione si è allargato a ventaglio originando una piana sovralluvionata, dove il segmento fluviale, anche alla luce dei recentissimi di dissesto idro-geologico, presenta un alveo assai variabile.

Il vallone di Sea è il più lungo dei tre, spingendosi per svariati chilometri da Forno Alpi Graie fino al Col di Sea 3100 m, antichissimo punto di passaggio verso la Maurienne. Il nome Sea parrebbe derivare  dal verbo in patois savoiardo sèyé che significa “falciare”. Osservando la morfologia dell’incisione valliva con andamento a “mezzaluna”, la montagna sembra infatti “falcialta” (séyà) dalla lama di una gigantesca falce da fieno. Di qui la dicitura locale seia e quindi sea. La prima parte del vallone è stretta tra ripide pareti e gole di rocce gneissiche del Massiccio cristallino del Gran Paradiso, su cui domina il gruppo della Leitosa con i suoi valloni sospesi sul gradino del Massiet, ed il gruppo Mombran-Malatret. La morfologia glaciale ha determinato una notevole impronta riconoscibile soprattutto nella parte alta del vallone, con ripiani glaciali colmati successivamente da alluvioni, come i Piani di Sea, e gradini di valle, come quello che si evidenzia presso il cosiddetto Passo o Scala di Napoleone

Il Passo di Napoleone (ph. M. Blatto)

Il Passo di Napoleone (ph. M. Blatto)

I Piani di Sea presso il Gias Nuovo (ph. M.Blatto)

I Piani di Sea presso il Gias Nuovo (ph. M.Blatto)

4) GRUPPO SEA MONFRET

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Qui appena dopo l’Alpe dei Sea, la valle piega progressivamente in direzione ovest, divenendo più ampia e prativa, dominata sulla destra idrografica dagli Speroni di Sea, dalla Punta Rossa di Sea e dai 900 metri di parete di rocce ofiolitiche della Zona Piemontese dell’Albaron di Sea (3262) metri, mentre a sinistra si apre il suggestivo Bacino delle Lose ancora caratterizzato dagli gneiss ma in varietà particolarmente tabulare. Superato lo stretto gradino inciso dalla profonda gola del “Passo di Napoleone”, il vallone di Sea prosegue tra morene wurmiane e recenti, al cospetto del glaciale versante nord dell’Uja di Ciamarella (3676 metri).

L'Albaron di Sea, montagna simbolo del Gruppo Rocciatori (ph. M.Blatto)

L’Albaron di Sea, montagna simbolo del Gruppo Rocciatori (ph. M.Blatto)

Uja di Ciamarella 3676 metri - parete nord

Uja di Ciamarella 3676 metri – parete nord – (ph. M.Blatto)

Superata la fronte seraccata del Ghiacciaio Tonini, il vallone detritico e glaciale culmina al Col di Sea, affacciandosi sul Glacier des Evettes e la Vanoise.

Forno Alpi Graie

 Forno Alpi Graie, frazione del comune di Groscavallo (Torino), è un grazioso ed austero villaggio adagiato, a 1219 m di quota, ai piedi della superba giogaia montuosa che chiude la testata della Val Grande di Lanzo. Si ha già notizia dell’abitato di Forno in documenti risalenti alla seconda metà del XIII secolo, anche se la sua esistenza è di certo ben più antica. In particolare, il villaggio conobbe la sua espansione soprattutto in conseguenza all’estrazione del minerale ferro da alcune miniere locali, come quella di Rambeisa presso il Barrouard o quella ubicata ai piedi della Cima di Monfret. Vi era poi una miniera sul versante savoiardo (già nota nel 1300) in località Creux des Allemands, da cui il minerale veniva estratto e trasportato a Forno a dorso di mulo attraverso il Col Girard. Questo fatto testimonia pure l’optimum climatico di quel periodo, che rendeva più agevoli i transiti da colli e passi oggi glacializzati e d’accesso esclusivamente alpinistico. Esempio ne è altresì il Colle di Sea, da cui si sa per certo passassero addirittura le mandrie, prima della “pulsazione” della “Piccola età glaciale” innescatasi a partire dal 1500 circa e che lo rese non praticabile. A Forno vi erano numerose fucine che sgrezzavano il minerale e lavoravano poi il materiale e, il villaggio, deve ovviamente il suo toponimo proprio a questa condizione. Nel 1359 l’abitato contava 35 fuochi e 150 abitanti, mentre nel 1857, anno della prima salita sulla Levanna Orientale, ne contava 108. Il declino dell’attività mineraria a partire dal XVIII secolo, innescò un progressivo spopolamento.

Il Santuario di Forno

Il Santuario di Forno

All’imbocco del Vallone di Sea, si erge a 1330 metri di quota il Santuario della Madonna di Loreto, originato dall’apparizione della Vergine a Pietro Garino del 1630 ed eretto tra il 1750 e il 1770 su progetto degli architetti luganesi Francesco Brilli e Giovanni Battista Gagliardi. Il Santuario è noto per la statua della Madonna Nera ivi custodita, il cui originale è stato trafugato nel 1997. La statua attuale è opera dello scultore di Ortisei Raimondo Santifaller. L’abitato di Forno Alpi Graie conserva il suo vecchio nucleo a ridosso del Roc Pendant, localmente noto come “Montagnino”. Si tratta di una gigantesca roccia montonata, ricoperta dai prati sul lato ovest e caratterizzata da una falesia a picco su quello est. Essa protegge al meglio il paese già oggetto di vari eventi alluvionali disastrosi, come quello del 1640, quello del 1908 e il più recente del 1993. Addossata al “Montagnino” vi è la Chiesa parrocchiale dedicata a Maria Vergine Assunta, opera anch’essa dei maestri luganesi ed eretta tra il 1784 e 1785. Tra i vicoli più vecchi dell’abitato s’incontra anche la costruzione del Tournas, ove visibili (ma non visitabili) sono ancora i resti di un’antica fucina.

Aspetti vegetazionali e faunistici

La vegetazione d’alto fusto nell’area di Forno Alpi Graie, oltre all’asprezza dell’ambiente prevalentemente roccioso, ha risentito dell’effetto antropico che ne ha marcatamente mutato l’assetto tipologico e distributivo; questo soprattutto tra i secoli XIII e XVII, quando lo sfruttamento minerario impose un disboscamento forzato del circondario finalizzato a fornire il necessario combustibile alle fornaci e alle fucine del paese. Si è dunque conservato pressoché intatto nei secoli, solo il piccolo bosco di faggio attorno al Santuario di Nostra Signora di Loreto. Sono oggi presenti soprattutto il frassino, la betulla, il rovere, l’acero montano, il pioppo, il maggiociondolo. Più rari gli abeti rossi, raggruppati in piccoli consorzi, alcuni dei quali frutto di un impianto avvenuto nei primi anni settanta. Pochissimi i larici. La piana alluvionale del Gabi, le zone più umide e i margini dei canaloni, sono letteralmente colonizzate dall’ontano verde, che rende talvolta difficilmente accessibili piste e sentieri non mantenuti. Oltre il limite della vegetazione arborea (ma anche più in basso, nelle aree rupestri) proliferano i rododendri, che ricoprono talvolta in modo quasi integrale anche notevoli detriti di falda. Diffusissimo nelle aree rupestri il ginepro. I pascoli incolti, alle quote medio basse, sono altresì colonizzati dal vaccinieto. Oltre i 1800 – 2000 metri si estendono le praterie alpine fino al margine del piano nivale, dominato invece da rocce, campi di nevato e glacio-nevati. La flora, ricca e variegata, è impossibile da descrivere in modo esaustivo in questa breve introduzione. Tra le varie specie presenti nelle zone di pascolo incolte troviamo l’Achillea Macrophylla, la Cicerbita Alpina, la Valeriana montana, numerose composite come l’Homogyne alpina e il Mulgedim alpinum. Dove l’erba è più rada s’incontra la Pulsatilla alpina, la Gentiana puntata, la Gentiana kochiana, la Gentiana verna, la Gentiana lutea. la Primula pedemontana, il Ranunculus glacialis. Innumerevoli le specie di Saxifraga e varie le crassulacee.Le zone moreniche più datate, sono interessate dalla presenza di Achillea nana e del Chrysantemum alpinum, più rara e prevalentemente circoscritta al versante destro idrografico dell’alto vallone di Sea, l’Artemisia ginipì. Ancor più raro, ma comunque individuabile nelle zone caratterizzate dai calcescisti dell’area dell’Uja di Ciamarella e sulle alte cengie dell’Albaron di Sea è il Leontopodium alpinum o Stella alpina.

 

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