Roc’nRope 2014 in Val Sangone

Tornare in Val Sangone, per me, è un po’ come tornare a casa. Ed è bello, superato l’abitato di Giaveno, ritrovare i verdi e lussureggianti valloni dell’anfiteatro montuoso che “si fa largo” tra le basse valli del Chisone e di Susa. Certo non si tratta di “grandi” montagne, ma il loro fascino risiede nella dolcezza dei prati e dei pascoli, nei bellissimi boschi di faggi e di betulle e nel lento scorrere del torrente sul fondo delle valli. Anche la roccia ha un aspetto benevolo e invitante, a differenza di altri luoghi delle Alpi occidentali che incutono un po’di timore alla prima visita, come il nostro vallone di Sea, la cui anima è “sospesa” tra orrido e sublime. Ed è proprio per la dolcezza del paesaggio della Val Sangone che scattò un amore a “prima vista”, ormai trent’anni fa. Ricordo i bei pomeriggi iniziatici autunnali passati sulla pietra della Rocca Parey, calzando gli scarponi di cuoio a suola rigida “Dolomite”, con un imbrago a “bretelle” Cassin e vestendo la mia inseparabile salopette “alla zuava” della Fila. Mi pare ancora di sentire l’eco argentino del martello che batteva sui chiodi, mentre salivamo la “Via della Ricerca” e poi la “Via dello Spigolo”. Più tardi, divenuti consapevolmente dei “free-climber”, ci cimentavamo con i pochi spit che iniziavano a comparire sulle placche e ad esplorare i bei valloni di Indiritto. Piantammo anche noi i primi chiodi bucando la roccia, ma forse per mancanza di notizie o forse per una certa ripicca dei “local” di allora, alcune nostre vie in seguito saranno riportate come opera di “ignoti”. Forse eravamo stati un po’ severi, e nei primissimi anni ’90 avevamo ripetuto per primi le belle vie aperte sul Roc Neire Coulour, abbassando di un buon grado e mezzo le valutazioni proposte dagli apritori. Avevamo anche lasciato un quaderno delle vie al baretto di Ponte Pietra che era diventato un punto di passaggio fisso per coloro che arrampicavano in Val Sangone. Non lo facemmo per “gradasseria”. Probabilmente eravamo troppo abituati a prendere batoste in Valle dell’Orco o in Sea, e i gradi che oggi potremmo definire “plaisir” allora ci parvero esagerati. Fu però un vero atto di scortesia da parte di noi forsetieri me ne rendo conto, e quell'”ignoti” tutto sommato ce lo meritammo. In tutti quegli anni però, mai avrei pensato che un luogo come la Val Sangone potesse ospitare un giorno addirittura un meeting di arrampicata di successo. Ancora una volta evidentemente mi sbagliavo. Il miracolo l’hanno fatto alcuni giovani e forti arrampicatori locali, certo, anche con il supporto “istituzionale” e degli sponsor ma soprattutto bravi a crederci sul serio. Oggi, venendo qui a restituire la visita fatta da alcuni di loro al nostro meeting a Sea, non posso che provare una certa invidia (ma sarebbe meglio dire ammirazione). Inevitabilmente, penso allora alle difficoltà che ogni anno incontro nella mia valle a organizzare il raduno, pur potendo contare su un sito di scalata unico nel panorama alpino, sia come storia che come roccia. Constato l’indifferenza dei nostri amministratori, assai più attenti ad opere inutili e a “rilanci” turisti quasi grotteschi piuttosto che a valutare le reali risorse paesistiche. E penso anche che sarebbe bello avere un gruppo di amici così affiatati ed attivi, capaci di organizzare con puntualità ed efficienza una manifestazione come questa. Li scambierei volentieri con certe zucche vuote nostrane, aride ed arroccate nella loro misera invidia, sempre attente a conservare il loro reame di cartapesta, fatto di vie che conoscono a memoria. Ma questa è un’altra storia. Oggi il tempo è magnifico ed abbiamo voglia di arrampicare. L’appuntamento sarebbe al campeggio dei Pianas – luogo di ritrovo e di registrazione – con Nico e Arianna, per poi andare alla Rocca Parey. Arriviamo puntuali, e lo staff è già in piena attività.

In attesa (vana) di Nico e Arianna al Pianas

In attesa (vana) di Nico e Arianna al Pianas

Registrazione, maglietta ufficiale e un’occhiata agli stand degli sponsor. Si organizzano addirittura delle navette per il Bec di Mezzodì, che risulterà essere certamente la falesia più gettonata del raduno, dove vi sono numerosi tiri nuovi anche piuttosto impegnativi. Il “Cedro” ci dà indicazioni sui nuovi settori della valle ma dovremmo avere più tempo a disposizione. “I giovani vanno al Mezzodì ed i vecchi alla Parey” – penso – anche se al Mezzodì ho arrampicato spesso in passato. Dopo un’ora Nico e Arianna non si vedono e allora partiamo per la nostra destinazione, scoprendo che sono già là (!!!) impegnati sul secondo tiro di “Papi Cucu”.

Nico e Arianna su "Papi Bacu"

Nico e Arianna su “Papi Bacu”

Qualche amichevole improperio e poi ci dirigiamo verso il “Torrione Anna” per salire ciò che resta della vecchia “Via della Ricerca” di Grassi (sono proprio un nostalgico). Il tracciato è oggi perfettamente attrezzato con soste nuovissime, parecchio raddrizzato e più impegnativo dell’originale. Ricordo quando con le scarpe da pallavolo (breve periodo di transizione tra gli scarponi e le mie prime “varappe” da scalata) si osava sul celebre traverso di 5 nella placca senza chiodi.

Silvia su "L'ombra del Maestro"

Silvia su “L’ombra del Maestro”

L’arrampicata è piacevole, con un breve passo di 6a, e Silvia quest’anno è parecchio a suo agio sulle placche. Con una doppia scendiamo all’attacco del Torrione centrale, per portarci verso Papillon, una creazione di Ezio Cavallo che a lungo fu considerata la via più dura della Rocca Parey. La raggiungiamo con la classica “Via le dita dal Naso”. Su questa via ho vissuto rocambolesche avventure a metà anni degli anni ’80. In almeno un paio di occasioni l’avevamo salita all’imbrunire, non già per una bravata giovanile, quanto perché arrivavamo tardissimo, dopo la scuola, con la 126 di terza mano di un mio amico che faticava alquanto a salire verso l’Alpe Colombino. Una volta, addirittura, nel buio totale avevo completamente “cannato” il secondo tiro (le placchette, allora artigianali e verniciate di verde erano pressoché invisibili nell’oscurità), trovandomi in piena placca non protetta per un’intera lunghezza. Ero giunto alla cengia mediana passando più o meno dove ora sale la via Michelin (!). Anche oggi raggiungo quella cengia per poi spostarmi a destra e raccordarmi con Papillon. A destra, nel frattempo, Nico sale con disinvoltura il 7a di “Papi Cucu”. Il tiro chiave di Papillon non è più un mistero per me: sebbene con parecchi resting, nel 1993 fummo probabilmente i primi a passare in libera i tratti di AO. Ho poi avuto modo di ripeterlo non molto tempo fa, con la nuovissima richiodatura, ora più razionale e confacente a una riuscita in arrampicata libera avendo eliminato i notevoli problemi di moschettonaggio.

Su "Papillon"

Su “Papillon”

Il grip è buono ma una volta lasciata con i piedi la curiosa lama staccata è sempre molto difficile individuare le piccole tacchette risolutive. Il traverso è delicatissimo con un singolo che mette in crisi le mie povere dita. Alla fine comunque arrivo in sosta, felice di aver dato al raduno un contributo di partecipazione “di livello” (almeno per me) . Nico e Arianna hanno intanto già attaccato “Pachamama”. Un’altra marcia, non c’è che dire. Alla fine della giornata rientriamo soddisfatti e anche un po’stanchi. Ci piacerebbe tornare al Pianas per la cena tutti assieme: pasta a volontà e grigliata, seguita da un concerto dei Bastandards ma purtroppo abbiamo altri impegni. Peccato! Per il Jazz non saremmo stati neppure troppo vecchi.
Complimenti agli organizzatori e arrivederci al prossimo anno.

DSCN6622

M.Blatto – Rocciatori Val di Sea

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